Liturgia della Settimana

preparata dai giovani monaci del monastero di S.Vincenzo Martire - Bassano Romano (VT)

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Commento alle Letture

Domenica 24 settembre 2006

"Se uno vuole essere il primo, sia l'ultimo di tutti"

Sul cammino verso Gerusalemme si manifesta la piccolezza del cuore umano di fronte alla magnanimità del dono di Dio. Ci si trova sempre impreparati alle sorprese divine. Gesù, cammin facendo, "istruiva i suoi discepoli" in completa solitudine dagli altri, sul significato del suo 'consegnarsi' e, intendeva pure prepararli al grande passo. Prepara anche noi a compiere quel tragitto che nessuno vorrebbe fare, perché è in salita e irto di difficoltà. Essi non comprendono quello che stava per compiersi, e l'evangelista aggiunge: "avevano timore di chiedergli spiegazioni". Ciononostante non rimangono indifferenti, una certa logica, a modo loro, la seguono: si chiedono (male comune) chi tra loro potrebbe essere il più grande. Fa molto stridore il contrasto tra il dono di sé, che Gesù annuncia, ormai imminente e la ricerca della propria affermazione da parte dei Dodici. Quando giunsero in casa, il Maestro interrogò i suoi discepoli sul contenuto del discorso fatto sulla strada – la via dei discepoli, la nostra via, non la Via-Gesù. Essi tacciono, non hanno il coraggio di rispondere. A quel voluto silenzio, Gesù mostra ancora tenerezza e comprensione nei loro confronti e va avanti. Il primato su gli altri, se ci dovesse essere, è nel servizio, e chi serve non può essere che all'ultimo posto, "come il Figlio dell'uomo che è venuto per servire e non per essere servito, e dare la vita in riscatto per molti". Per Gesù Cristo, infatti la croce è stata una 'scelta' di servizio, un mettersi all'ultimo posto. Nella lavanda dei piedi ha sigillato tutto questo. Ma ancora di più. Nell'accoglienza del bambino, di qualsiasi uomo bisognoso, Gesù pone lo stile del servizio. Accogliere tutti i diseredati è come accogliere il Cristo e chi accoglie Cristo in queste persone, "accoglie anche colui che l'ha mandato". Questo è l'atto di culto più alto.


Apoftegmi - Detti dei Padri

Un anziano diceva: «Sopporta obbrobrio e afflizione per il nome di Gesù con umiltà e cuore contrito. E mostra davanti a lui la tua debolezza ed egli diverrà la tua forza».


Dalla Regola del nostro Santo Padre Benedetto

COME L'ABATE DEVE ESSERE PREMUROSO VERSO GLI SCOMUNICATI

L'abate abbia cura con la massima sollecitudine dei fratelli che hanno mancato, perché non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati (Mt 9,12). E perciò deve, come un medico esperto, usare tutti i rimedi: mandargli in segreto delle «sempecte», cioè dei saggi monaci anziani, i quali quasi di nascosto facciano coraggio al fratello in preda all'agitazione e lo inducano alla soddisfazione e lo confortino perché egli non soccomba sotto un'eccessiva tristezza (2 Cor 2,7), ma, come dice ancora l'apostolo, si dia prova a suo riguardo di maggiore carità (2 Cor 2,8) e tutti preghino per lui.


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