Per vedere correttamente la grafica di questo sito occorre un browser più recente.
   Invia questa pagina ad un amico (si apre in una nuova finestra)     Versione adatta alla stampa o ai PDA     Fai di questo sito la tua pagina iniziale Aggiungi ai Preferiti     Dimensione caratteri-+=              

Liturgia della Settimana

preparata dai giovani monaci del monastero di S.Vincenzo Martire - Bassano Romano (VT)

[] [] [] :: Giovedě 21 Agosto 2008 :: XX Settimana del Tempo Ordinario - Anno II

COMMENTO

Colore liturgico: bianco LETTURE: Ez 36, 23-28; Sal 50; Mt 22, 1-14.

Il banchetto e l’abito nuziale.

Nasce dal un bisogno irrefrenabile di comunione da parte di Dio nei nostri confronti l’invito al suo banchetto. Vuole renderci partecipe dei suo beni, ci vuole come suoi commensali. Per questo ci ha fatto somiglianti a se con un innato desiderio di essere sfamati e dissetati nel corpo e nello spirito. Il nostro primo peccato e tutti quelli che ne sono seguiti hanno la stessa radice e la stessa origine: abbiamo scelto noi il banchetto a cui sederci e mangiare e ne siamo rimasti avvelenati dentro. È iniziata immediatamente l’opera risanatrice di Dio: ci ha invitati di nuovo alla mensa della sua parola, ha ripreso il dialogo con noi. Poi il banchetto di nozze! Il Figlio di Dio che sposa la nostra umanità, s’incarna, si dona, s’immola, diventa cibo e bevanda di salvezza per noi. È un banchetto di festa per un ritorno alla casa del Padre perché eravamo perduti e morti e siamo tornati in vita. Ci è stato dato un abito nuovo, un abito nuziale dal giorno del nostro battesimo ed abbiamo assunto l’impegno di conservare limpido quell’abito e di non smetterlo mai. È la veste candida che ci rende degni del banchetto e ci autorizza ad entrare nell’intimità di Dio. Dobbiamo stare desti perché l’invito non ci colga distratti e distolti, senz’abito o impegnati nelle nostre cose e diretti a banchetti non salutari o addirittura venefici. È un assurdo, ma ci può capitare di rifiutare l’invito del Signore perché impegnati nelle nostre vicende quotidiane, magari a bramare le carrube. “Ho paura del Signore che passa!” – solleva ripetersi Sant’Agostino. Costatiamo che il mondo è pieno di affamati, che dissertano però la mensa del Signore. Nelle scorsa settimana il Signore ci ha parlato a lungo del pane di vita. Ci ha ripetuto che non mangia di quel pane e non beve quel sangue non ha la vita. Il festeggiato si fa pane per noi, è Lui ha nutrirci di sé. Siamo noi a godere di quel germe di immortalità che solo al banchetto divino possiamo trovare. Il banchetto è ora la nostra Messa, quella cena eterna che ad ogni festa si ripete. Sono ancora pochi a rispondere all’invito e ancora tantissimi gli affamati di Dio.



I SANTI DI OGGI


DALLA REGOLA DEL NOSTRO SANTO PADRE BENEDETTO

Il settimo gradino dell’umiltà si sale quando il monaco, non solo a parole si dichiara l’ultimo e il più spregevole di tutti, ma si ritiene veramente tale anche nel più profondo del cuore, umiliandosi e dicendo col profeta: «Io sono verme e non uomo, infamia degli uomini, rifiuto del mio popolo» (Sal 21,7); «mi sono esaltato e allora sono stato umiliato e confuso» (Sal 87,16 Volg.); e ancora: «Bene per me se sono stato umiliato, perché impari ad obbedirti» (Sal 118,71).  (Cap.7,51-54.)