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Liturgia della Settimana

preparata dai giovani monaci del monastero di S.Vincenzo Martire - Bassano Romano (VT)

[] [] [] :: Sabato 23 Febbraio 2008 :: II Settimana del Tempo di Quaresima

COMMENTO

Colore liturgico: viola LETTURE: Mic 7, 14-15. 18-20; Sal.102; Lc 15, 1-3. 11-32.

Tuo fratello era morto ed è tornato in vita.

Oggi la liturgia ci presenta la parabola del Padre Misericordioso. È la parabola conclusiva, è la più ricca delle cosiddette tre parabole della gioia che formano la bellissima collana del capitolo quindicesimo del Vangelo di san Luca. La parabola della pecora smarrita e della dracma perduta invitano i cristiani alla gioia ogniqualvolta l'amore e la misericordia vincono le potenze del male che conducono al peccato. Così anche oggi siamo tutti invitati al banchetto che prepara il padre per il ritorno del figlio. È il ritorno dalla terra della solitudine, dell'abbandono dove si sperimenta, in nome di una libertà illusoria, il male in tutte le sue forme. La casa che accoglie il figlio è invece la casa aperta alla gioia ed alla condivisione dove tutti possono partecipare agli stessi beni. È una parabola stupenda che parla sempre ai nostri cuori, invitandoci alla conversione vera, alla conversione del cuore. È la parabola che vuol togliere dai nostri cuori quella pàtina di ipocrisia e gelosia che talvolta ci impedisce di vivere il nostro essere cristiani nella fiducia di un Padre che ci ama sopra ogni altra cosa. È l'atteggiamento del fratello maggiore, geloso del capretto e della festa fatta per il figlio perduto e ritrovato. Nella vera condivisione le gioie di uno solo – anche del più piccolo – sono le gioie di tutti. Entriamo anche noi nella casa del Padre e partecipiamo con gioia al banchetto, sicuri che anche per noi, nella vera conversione di cuore, vi sarà un banchetto da condividere.



I SANTI DI OGGI


DALLA REGOLA DEL NOSTRO SANTO PADRE BENEDETTO

Il dodicesimo gradino dell'umiltà si sale quando il monaco non solo è umile nel suo cuore, ma anche nell'atteggiamento esteriore dà sempre prova di umiltà a chi lo osserva; e cioè: durante l'Ufficio divino, in chiesa, all'interno del monastero, nell'orto, per via, nei campi, dappertutto insomma, stando seduto o camminando o in piedi, tiene sempre il capo chino e lo sguardo fisso a terra; ritenendosi sempre colpevole per i suoi peccati e i suoi vizi e vedendosi già comparire di fronte al tremendo giudizio di Dio; e ripete continuamente in cuor suo ciò che, con gli occhi fissi a terra, diceva il pubblicano del vangelo: «Signore, non sono degno io peccatore di alzare gli occhi al cielo» (cf. Lc 18,13); e ancora col profeta: «Mi sono curvato e umiliato fino all'estremo» (Sal 37,9 Volg.).  (Cap.7,62-66.)