preparata dai giovani monaci del monastero di S.Vincenzo Martire - Bassano Romano (VT)
Nel nostro Monastero: Solennità di San Vincenzo M., Patrono della chiesa e del monastero.
.. per loro io consacro me stesso, perché siano anch’essi consacrati nella verità.
Nel cosiddetta preghiera sacerdotale, Gesù prega il padre per i suoi discepoli e per il mondo intero. È una preghiera stupenda e ricca di spunti. Solo Gesù poteva pregare il Padre in modo così intimo e profondo; è una preghiera che diventa efficace. Gesù consacra se stesso: la sera prima della sua Passione. Gesù, Figlio di Dio e figlio dell’uomo è l’unico che può consacrare, con la sua divinità la sua umanità. Il suo essere uomo non toglie nulla alla sua divinità e Gesù lo ribadisce proprio quando sta per compiere il gesto della donazione totale; è in questo atto supremo che Gesù può consacrarsi; Lui il Figlio di Dio il Santo per eccellenza, intende qui specificare il suo essere divino e la sua donazione che rende possibile questa consacrazione. La Sua gloria sarà manifesta proprio nel momento dove la sua umanità sembra sconfitta nell’atto totale di dono. È dono totale e Gesù lo dice; non ha bisogno di essere consacrato; lo fa «per loro», per i suoi discepoli e per noi tutti. Egli prega il Padre perché i suoi discepoli siano consacrati nella verità. Gesù può consacrare, il Padre può consacrare e al Padre Egli affida i suoi discepoli. La consacrazione è nella verità; Gesù si è proclamato Via, Verità e Vita. La consacrazione nelle verità è la consacrazione nel Suo nome. È un affidamento totale, compiuto in modo totale da Gesù e richiede la stessa nostra consacrazione; cioè la stessa nostra donazione. La preghiera al Padre di è preghiera efficace ma è invito, è partecipazione, è appello definitivo, per i suoi discepoli e per noi. È invito a partecipare al sua Croce nella nostra donazione ed è appello per la nostra vita.
Sappia l’abate che si è assunto l’incarico di guidare le anime e perciò deve prepararsi a renderne conto; e di quanti fratelli egli sa affidati alle sue cure, sia ben certo che nel giorno del giudizio dovrà appunto rendere conto a Dio di tutte e singole queste anime, compresa naturalmente la sua. E così, nel continuo timore dell’esame che, quale pastore, subirà circa le anime a lui affidate, mentre si dà pensiero per il rendiconto altrui, si fa sollecito per il proprio; e mentre con i suoi ammonimenti bada alla correzione degli altri, egli stesso viene emendandosi dei propri difetti. (Cap.2,37-40.)