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Liturgia della Settimana

preparata dai giovani monaci del monastero di S.Vincenzo Martire - Bassano Romano (VT)

[] [] [] :: Luned́ 25 Ottobre 2004 :: XXX Settimana del Tempo Ordinario - Anno II

COMMENTO

Colore liturgico: verde LETTURE: Ef 4, 32 - 5, 8; Sal 1; Lc 13, 10-17.

Ieri come oggi

Paolo continua ad esortare i credenti che sono in Efeso con accenti accorati, come fa un padre a cui sta a cuore la vita dei propri figli. Ricorda loro innanzitutto che sono figli di Dio, resi conformi alla sua immagine dalla morte e risurrezione di Cristo e come tali sono chiamati a camminare nella carità. Carità è dunque un cammino che possiamo fare solo se appoggiati alla Grazia, avendo sempre impresso nella mente e nel cuore il grande amore con il quale Dio ci ha amati e perdonati, per poterlo restituire al momento opportuno a chi ci vive accanto.
Carità è la fonte della vera pace, felicità e libertà, ma dove attingerla se non nella stessa Carità che è Cristo?… «Quanto più il sangue di Cristo, che con uno spirito eterno offrì se stesso senza macchia a Dio, purificherà la nostra coscienza dalle opere morte, per servire il Dio vivente?»(Eb 9,14).
Il brano di oggi è quanto mai attuale: le opere morte di un tempo sono le stesse che lacerano e inquinano la nostra comunità, le nostre famiglie, i nostri cuori. I mezzi di comunicazione sociale che dovrebbero essere mezzi di formazione e di diffusione del bene e di tutto ciò che costruisce la persona umana e spirituale, spesso diventano veicoli di morte, che iniettano veleno, alimentano il vizio, l’oscenità e la corruzione, già dilaganti. Ma ancora oggi la Chiesa attraverso la Parola di Dio, quella del Papa e di quanti hanno il coraggio di mettere a repentaglio la vita per il Vangelo, annunciano che l’idolatria del denaro, del sesso, del potere chiude le porte del Paradiso. E’ il peccato di Adamo ed Eva: si comincia col dire «ma che c’è di male, lo fanno tutti!» e si finisce pian piano con l’essere sempre più schiavi, abbruttiti, spenti, incapaci di pensare con la propria testa e di camminare con i propri piedi.
La lettera segue con un forte invito ad essere ciò che siamo: figli della luce, ad andare contro corrente, vivendo la castità come dono che rende capace di mettere la propria persona al servizio del bene, del Regno di Dio; a vivere l’onestà, la giustizia, e soprattutto il perdono e la misericordia e tutto questo non come un trionfalismo ma come servizio d’amore.
E’ ciò che Gesù fa nel Vangelo: non giudica la donna che da tanti anni è curva sotto il peso dei suoi peccati, ma le ridona la dignità di figlia di Dio, la rimette in posizione eretta cioè di risorta. La donna che potrebbe rappresentare tutta la nostra società, e ciascuno di noi, ci annuncia che è possibile risorgere, è possibile in Cristo essere liberati dalla schiavitù di Satana, è possibile ritornare a Dio con la fatica dell’obbedienza. Il Regno di Dio non fa rumore ma lavora sempre a dispetto del male, perché l’uomo entri nel sabato di Dio, cioè nella vita divina dove il suo volto può tornare a brillare alla luce che splende sul volto di Cristo. Accogliamo oggi la speranza che si sprigiona da questa Parola e crediamo che è già avvenuto e può avvenire ogni giorno ciò che afferma san Gregorio di Nissa commentando il salmo 1: è beato colui che assomiglia a Dio per la comunione con lui e la partecipazione alla sua vita. Questa dunque sarà la definizione della beatitudine umana: una somiglianza alla beatitudine divina!




DALLA REGOLA DEL NOSTRO SANTO PADRE BENEDETTO

Chi per una colpa grave è scomunicato dall’oratorio e dalla mensa, quando nell’oratorio sta per terminare l’Opus Dei, si metta prostrato a terra, davanti alla porta, senza dire nulla, ma soltanto se ne stia prostrato lì, col capo a terra, chino ai piedi di tutti i fratelli che escono dall’oratorio. E così faccia finché l’abate non avrà ritenuta sufficiente la soddisfazione. Quando poi l’abate lo farà entrare, egli si getti ai piedi dell’abate e quindi ai piedi di tutti, perché preghino per lui.  (Cap.44,1-4.)