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Liturgia della Settimana

preparata dai giovani monaci del monastero di S.Vincenzo Martire - Bassano Romano (VT)

[] [] [] :: Domenica 05 Settembre 2004 :: XXIII Domenica del Tempo Ordinario - Anno C

COMMENTO

Colore liturgico: verde LETTURE: Sap 9, 13-18; Sal. 89; Fm 1, 9-10. 12-17; Lc 14, 25-33.

Chi non porta la propria croce.

Una specie di filastrocca che imparavamo da bambini recitava così: «Poi guardai, guardai, guardai, tutti portan la croce quaggiù». La croce per noi è la fatica del ritorno, il lungo percorso che ci separa da Dio, l’inevitabile peso della vita. Il Signore ci vede affaticati ed oppressi e ci invita ad andare da Lui per trovare ristoro. Vuole per se il nostro peso, il cumulo che grava sulle nostre spalle. Lo vuole deposto ai piedi della croce, ai piedi dei suoi altari per renderci di nuovo leggeri e sgombri. È questo il ristoro che egli stesso ci ha promesso. Così si diventa autenticamente suoi seguaci e suoi fedeli discepoli. È la forza di una arcana ed indissolubile comunione che egli ha voluto stabilire con ciascuno di noi. L’alternativa è molto semplice: o facciamo della nostra vita, dei nostri dolori, di tutte le nostre fatiche un sacrificio, una grande Massa, un grande sacrificio che ci avvolge a Cristo in tutta la nostra esistenza o siamo condannati ad essere sommersi dai nostri sacchi di polvere, costruendo così il nostro inferno con una tomba senza croce. La croce ormai scandisce inequivocabilmente per tutta l’umanità il suo duplice e contrastante valore: o è il segno della redenzione, del riscatto, della vittoria finale, della nostra pasqua, o resta nel suo crudo significato di condanna, di morte e di ignominia. Il mondo che ci circonda seguita a celebrare quotidianamente e spettacolarmente i suoi sacrifici di morte, pianta ovunque le sue croci e si moltiplicano i crocifissi, i poveri cristi della nostra povera terra, vittime ancora dell’odio e delle più assurde condanne. In quelle celebrazioni non c’è pero segno alcuno di vita e di risurrezione. Noi seguitiamo a celebrare l’amore che redime nel chiuso delle nostre chiese. Non siamo ancora riusciti a legare i due sacrifici, quello del mondo e quello di Cristo e forse per nostra colpa. Che sia questo il limite da superare? Che non sia finalmente giunta quella ora di liberare il Recluso dei nostri tabernacoli per celebrare con il mondo, nel mondo, per tutti quegli uomini che non solcano le soglie delle nostre chiese, ma che anelano ugualmente la salvezza dal Salvatore del mondo. L’eucaristia, che va dall’incarnazione del Verbo, al cenacolo, alla croce, è il mirabile intreccio tra l’amore misericordioso del nostro Padre celeste e tutta la storia del nostro peccato. La comunione vera non può quindi consistere soltanto nell’assumere la carne e il sangue del Figlio di Dio, ma implica inevitabilmente una partecipazione viva ed attiva di tutta l’esistenza della nostra umanità e la vita di ogni uomo che viene in questo mondo. Sono troppi i sacrifici che vengono celebrati senza Cristo e sono troppe le Messe che vengono celebrate senza gli uomini.




DALLA REGOLA DEL NOSTRO SANTO PADRE BENEDETTO

Nelle feste dei Santi e in tutte le solennità si celebri l’Ufficio come abbiamo indicato per la domenica, 2eccetto
che si dicano i salmi, le antifone e le letture proprie di
quel giorno; ma si mantenga l’ordine stabilito sopra.  (Cap.14,1-2.)