preparata dai giovani monaci del monastero di S.Vincenzo Martire - Bassano Romano (VT)
Vigilia dei santi Apostoli Pietro e Paolo.
(formulario proprio)
Act.3,1-10; Ps.18,2-3.4-; Gal.1,11-20; Io.21,15-19.
La prova dell’amore.
«Chi vuol essere il primo tra voi sia l’ultimo di tutti e il servo di tutti» – Così ammoniva i suoi il Signore, mentre li preparava alla missione di annunciatori e testimoni del suo Regno. Per confermarli in questa dottrina e convincerli per sempre, si era prostrato dinanzi a loro proprio come uno schiavo e si era messo a lavare loro i piedi. Nella sua passione e morte darà poi loro e al mondo intero la suprema testimonianza dell’amore con il dono della vita. Pietro ha peccato di presunzione, aveva confidato in se stesso e nelle sue forze e poi per tre volte aveva rinnegato il suo Maestro. Oggi Gesù gli offre l’occasione di riparare completamente al suo peccato sollecitandolo a dichiarare in atteggiamento di grand’umiltà il suo amore e la sua fedeltà. È un modo diverso e più completo di affermare il primato che Gesù già gli aveva conferito, dichiarandolo «pietra» su cui la chiesa dovrà porre le sue salde fondamenta. Il primato essenziale da esprimere da primo degli apostoli è l’amore a Cristo, il presupposto indispensabile per pascere il gregge. È davvero speciale l’autorità che sgorga dall’amore e non dal potere! Lo stesso Paolo dichiarerà di aver ricevuto tutto da Cristo e di farsi tutto a tutti per suo amore. Su questa scia la chiesa ha offerto al mondo la migliore testimonianza. Ha invece vissuto i momenti peggiori quando ha smesso di amare e si è dotata di poteri umani e temporali. Sarebbe utile che ogni testimone, ancor più ogni apostolo, si sottoponesse allo stesso esame di Pietro: «Mi ami tu più di costoro?».
Se poi un fratello, per qualsiasi anche minima ragione e in qualunque modo viene ripreso dall’abate o da un altro superiore, o se si accorge che l’animo del superiore è leggermente, per quanto poco, irritato o turbato contro di lui, subito, senza indugio, si getti ai suoi piedi e rimanga lì a dare soddisfazione, finché quegli con la sua benedizione non mostri che la sua alterazione è passata. Chi rifiuta per disprezzo di compiere tale gesto, sia sottoposto al castigo corporale; se poi rimane ostinato nel suo atteggiamento, sia cacciato dal monastero. (Cap.71,6-9.)