preparata dai giovani monaci del monastero di S.Vincenzo Martire - Bassano Romano (VT)
Io sono il pane vivo disceso dal cielo.
La persona di Cristo, quello che egli è, quello che dice, quello che egli fa, può essere compresa solo e soltanto alla luce della fede. Credere in Lui, lo dice lo stesso Gesù, è «l’opera di Dio». Senza la luce soprannaturale della fede ci capita, come accadeva ai giudei contemporanei di Cristo, di conoscerlo e definirlo secondo criteri e giudizi solo umani. Così accade che il Figlio di Dio diventa il figlio del carpentiere e, ancor peggio, le sue parole risultano spesso strane, incomprensibili e persino blasfeme. Il discorso del pane di vita suscita stupore e scandalo: risuona come una assurda proposta di cannibalismo; gli stessi apostoli ne risultano disorientati e molti smettono di seguirlo. Davvero le dimensioni dell’amore divino non possono mai e poi mai essere comprese con la fioca luce dell’intelligenza umana. Gesù accompagna le sue solenni dichiarazioni con segni evidenti della sua potenza divina: moltiplica pani e pesci, cammina sulle acque, risuscita morti, sana i malati…, ma senza la fede tutto è vano. Fede e amore ci proiettano verso il divino. L’umiltà del cuore ci rende capaci di accettare anche ciò che trascende la logica umana. Sarà poi l’esperienza a renderci certi della immensità del sono. San Paolo aveva acquisito in pieno tale certezza; lo afferma dicendo: «Sono stato crocifisso con Cristo e non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me. Questa vita nella carne, io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me». La stessa esperienza ci è concessa ogni volta che ci accostiamo con fede e devozione al sacramento dell’Eucaristia. Così sperimentiamo realmente gli effetti salutari che Cristo opera in noi quando fonde la sua carne nella nostra e riversa il suo sangue divino nelle nostre vene. Così Cristo vive in noi e noi in Lui nella perfetta comunione di vita.
Quindi, fratelli, se vogliamo toccare la vetta della più grande umiltà, se vogliamo giungere velocemente alla esaltazione celeste a cui si sale attraverso l’umiltà della vita presente, dobbiamo innalzare, ascendendo con le nostre azioni, quella scala che apparve in sogno a Giacobbe e per la quale egli vide angeli che scendevano e salivano (cf. Gen 28,12). Per noi quel discendere e quel salire stanno senz’altro a significare che con la superbia si discende e con l’umiltà si sale. (Cap.7,5-7.)